Il radicamento come pratica quotidiana

I tuoi piedi ti reggono da stamattina. Tu li hai sentiti?
Sono lì sotto da quando ti sei alzata, sopportano tutto il tuo peso mentre passi da una stanza all’altra, si adattano al pavimento, ti tengono in equilibrio quando ti pieghi a raccogliere qualcosa, e per l’intera giornata non li hai pensati nemmeno una volta. Non è distrazione. Succede perché quella parte di te, dalla vita in giù, lavora così bene e così in silenzio che hai smesso di accorgertene.
Le spalle no, quelle le senti, la sera sono dure come corda e la mandibola stringe da ore senza che tu gliel’abbia chiesto; ma le gambe, il bacino, i piedi, il respiro sotto l’ombelico restano tutto il giorno in un angolo cieco della tua attenzione, e quando qualcuno ti chiede come stai rispondi con la testa, perché il corpo, semplicemente, non lo stai abitando.

E quella parte che lasci in automatico è la tua base, il punto su cui dovrebbe poggiare tutto il resto. Quando smetti di sentirla ti resta addosso una sensazione precisa, di quelle che riconosci senza averle mai dato un nome: fai tantissimo e dentro ti senti comunque instabile, come se sotto ti mancasse un appoggio.
Non sei instabile perché fai troppe cose. Sei instabile perché hai perso il contatto con la parte di te che dovrebbe tenerti ferma.

È un disallineamento preciso, e come tutti i disallineamenti si corregge. Prima, però, vale la pena capire da dove viene, perché ha alle spalle un nome che conosci e una storia clinica precisa.

Lo psichiatra che guardava i piedi

Hai già sentito quel nome: radicamento. Lo hai incontrato decine di volte, sotto la foto di un albero, in una didascalia che invita a sentire le radici, e a furia di trovarlo in contesti così generici è rimasto un suono familiare e vuoto, un’etichetta che riconosci senza sapere davvero cosa contenga. Un significato preciso, però, esiste, e lo dobbiamo a uno psichiatra.

Alexander Lowen, psichiatra americano e fondatore dell’analisi bioenergetica, passava le sue giornate a osservare come i pazienti stavano in piedi. Guardava le ginocchia, la distribuzione del peso lungo le gambe, il modo in cui i piedi toccavano il suolo, e trovava ogni volta una corrispondenza tra come una persona poggia sulla terra e come sta dentro di sé.
Quello che vedeva era molto concreto. Chi si sentiva insicuro stava in piedi come se fosse sempre sul punto di cadere; chi per anni aveva tenuto a bada le proprie emozioni respirava alto nel petto e teneva le gambe rigide come pali. Quelle posture nascevano da un meccanismo fisico preciso, lo stesso che agisce in te ancora adesso. Un’emozione forte si muove nel corpo: il pianto sale dalla gola, la paura fa tremare le gambe, la rabbia scalda il petto. Quando ne arriva una in un momento in cui non puoi permettertela, la fermi nell’unico modo possibile: irrigidisci i muscoli e trattieni il respiro. Stringi la mascella e blocchi il fiato, e il pianto non esce; tieni ferme le gambe, e la paura non ti travolge.

È una difesa utile, e in quel momento funziona. Il problema nasce quando la ripeti per anni, finché diventa il tuo modo abituale di stare nel corpo. I muscoli che hai contratto tante volte restano contratti anche quando non resta più niente da trattenere, il respiro resta alto per abitudine, e la parte bassa, tenuta ferma così a lungo per non sentire, a un certo punto smette di mandarti sensazioni. Diventa muta, e tu la vivi come un’assenza.

Nel suo libro Bioenergetica Lowen lo scrive con un’immagine che vale più di qualsiasi spiegazione tecnica: “Noi esseri umani siamo come gli alberi radicati al suolo con un’estremità, protesi verso il cielo con l’altra, e tanto più possiamo protenderci quanto più forti sono le nostre radici terrene.
È una legge semplice, e vale per te quanto per un albero: la portata di quello che costruisci verso l’alto dipende da quanto sei ancorata in basso mentre lo fai. Radicarsi, allora, ha un significato concreto: riportare il peso e il respiro nella parte bassa del corpo, sentire le gambe che reggono e il fiato che scende sotto l’ombelico, e da quella base ritrovare una stabilità fisica che diventa anche lucidità quando devi decidere e presenza quando sei davanti a un’altra persona.

Che cosa cambia quando ti radichi

È un’esperienza che passa dal corpo, e chi lo pratica con costanza descrive differenze molto concrete.

La prima è la capacità di reggere un’emozione forte senza esserne travolta. Una donna radicata sente il proprio corpo anche quando è ferma, seduta, tranquilla, senza che niente faccia male: avverte le gambe, il peso che scarica sulla sedia, il fiato che va e viene da solo. Da quella base, quando arriva un’emozione forte, la sente salire nel ventre e nelle gambe e riesce a restare lì, senza esplodere e senza scappare, e quando una conversazione si fa difficile non ha bisogno di riempire i silenzi per ansia, perché il corpo presente le fa da àncora.

Anche il modo in cui occupa lo spazio si trasforma: entra in una stanza e la sua presenza si sente prima ancora che parli, e avverte con chiarezza dove finisce lei e dove comincia l’altra persona, che nelle relazioni è la competenza che ti permette di ascoltare senza assorbire e di dire la tua verità senza tremare. E anche il modo di decidere si sposta, perché una scelta smette di essere solo un elenco di pro e contro pesati dalla testa e diventa qualcosa che senti anche nello stomaco e nelle gambe, una chiarezza più piena che arriva quando il corpo partecipa e la mente smette di girare a vuoto.

Se invece senti il tuo corpo soprattutto quando protesta, la cervicale che tira o la mandibola serrata la sera, è esattamente lì che questo lavoro comincia. Non hai niente di sbagliato. Hai imparato, come quasi tutte, a percepirti attraverso la tensione, e la parte calma del corpo è rimasta indietro, in attesa. Si recupera, e si recupera con gesti piccoli, ripetuti dentro le giornate piene, senza dover fermare niente.

Quattro pratiche quotidiane per tornare a sentire le proprie fondamenta

Il radicamento si allena nei gesti quotidiani. Le pratiche che trovi qui sotto funzionano nella vita reale, dentro le giornate piene, senza bisogno di fermare tutto.

I piedi.
Questa è la pratica madre, quella da cui partire. In qualsiasi momento della giornata, porta l’attenzione ai piedi. Senti il contatto con il pavimento. Come si distribuisce il peso? Le dita sono rilassate? Non devi correggere niente: solo sentire. Puoi farlo in coda alla cassa, mentre aspetti una telefonata, durante una riunione. Sembra poco. Non lo è. Ogni volta che scendi con l’attenzione fino ai piedi, stai riaprendo il canale tra la testa e la terra. Stai ricordando al tuo sistema nervoso che non sei solo una mente sospesa nello spazio: hai un corpo, e quel corpo ha delle fondamenta.

La posizione del mattino.
Due minuti, appena sveglia o subito dopo il caffè. In piedi, piedi paralleli alla larghezza delle spalle, ginocchia morbide, mai rigide. Chiudi gli occhi e senti il peso del corpo che scende attraverso le gambe fino ai piedi. Senti il pavimento che ti sostiene. Le gambe potrebbero tremare leggermente, il respiro potrebbe farsi più profondo: sono segnali buoni, significano che il peso e la sensazione stanno tornando nella parte bassa del corpo.
Lowen usava questa posizione come base di tutto il suo lavoro terapeutico. Due minuti al giorno bastano per ricordare al corpo di avere un appoggio a terra che lo sostiene

Il respiro nel ventre.
Appoggia una mano sotto l’ombelico. Inspira dal naso e lascia gonfiare la pancia sotto la mano, invece del petto, così la senti sollevarsi. Poi espira dalla bocca, lentamente, e senti la pancia sgonfiarsi mentre la mano torna giù. Cinque respiri così. Per gran parte del giorno respiri in alto, nel petto e nelle spalle: è la respirazione corta dell’allerta, quella che tieni quando sei sotto pressione senza accorgertene. Portare l’aria più in basso, nella pancia, è il modo più rapido per dire al corpo che può abbassare la guardia: attiva la parte del sistema nervoso che governa il riposo, la parasimpatica, e il battito rallenta. Dopo qualche settimana, nei momenti di tensione respiri profondo anche quando non ci pensi.

Dieci passi lenti.
Una volta al giorno, rallenta il passo e senti l’appoggio del piede a terra. Il tallone che tocca, la pianta che si srotola, le dita che spingono. Non serve camminare in modo strano. Basta portare l’attenzione là dove di solito c’è solo automatismo. Dieci passi. Puoi farli nel corridoio di casa, andando in cucina, uscendo dall’ufficio. Pochi secondi che riportano il corpo nel presente e la donna dentro il corpo.

La domanda della sera.
Prima di dormire, prendi il tuo diario e rispondi a una domanda sola: oggi ho sentito il mio corpo solo dove faceva male, oppure anche da ferma, mentre stavo bene? Bastano tre righe. Serve a spostare l’attenzione dai punti in cui il corpo protesta a quelli in cui sta tranquillo, senza chiedere niente. Con le settimane, quelle poche righe cambiano quello che riesci a notare durante il giorno.

Il tempo della Guaritrice

La Guaritrice è l’archetipo della donna a cui gli altri si appoggiano quando stanno male: quella che ascolta senza fretta e aiuta le persone a rialzarsi, e lo fa in silenzio, senza aspettarsi riconoscimenti. La sua cura è fatta di presenza costante: resta accanto oggi, domani, la settimana dopo, e questo tornare nel tempo è ciò che rimette insieme i pezzi. Il problema è che dare così, di continuo, la svuota. Per potersi prendere cura degli altri deve prima rimettere in forze sé stessa, ed è qui che le serve il radicamento.

Se ti riconosci in lei, se sei la donna a cui viene chiesto spesso di esserci e di reggere, la domanda vera è da dove arriva la tua forza. Quando arriva dalla volontà, dalla testa che si impone di non cedere, si consuma, e a fine giornata ti lascia vuota. Quando arriva dal corpo, dal respiro che scende e dai piedi che sentono la terra, si rinnova ogni volta che torni a sentirli. Le pratiche che hai letto danno alla Guaritrice proprio questo: una stabilità leggera, che ritrovi tornando ogni giorno nello stesso posto, due minuti alla volta, senza doverla tenere su con lo sforzo.

Dai tempo al corpo

La stabilità che cerchi ragionando è più in basso di dove la stai cercando: sta nelle gambe che ti reggono fin dal mattino e nel respiro che scende sotto l’ombelico. È da lì che, giorno dopo giorno, puoi ricominciare a sentirti intera. È un lavoro che si sente più di quanto si capisca, e chiede solo tempo: dai al corpo la possibilità di reimparare la sua base, e la fermezza smetterà di essere uno sforzo della testa per diventare il punto da cui parti. Il corpo capisce prima della testa, e ricorda molto più a lungo.

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Letture consigliate

Alexander Lowen, Bioenergetica. Il testo di riferimento: è qui che Lowen espone il radicamento e la corrispondenza tra come stiamo in piedi e come stiamo dentro. Costa intorno agli 11-12 euro.

Alexander e Leslie Lowen, Espansione e integrazione del corpo in bioenergetica. Manuale di esercizi pratici. Più pratico del primo, raccoglie nel dettaglio gli esercizi di radicamento: la lettura giusta se vuoi andare più a fondo.

Bella Ricca e Felice
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